Liszt, Rapsodie Ungheresi, Classic Voice

La lettura di Maltempo è innanzitutto caratterizzata da una spiccata libertà di fraseggio e dalla grande importanza conferita al carattere improvvisatorio di quasi tutti i numeri, carattere che è già evidente nei “rubati” profusi a piene mani nella prima e terza Rapsodia e che viene confermato nei nn.4,5,7,8 e in molti elementi successivi. In questa scelta penso che Maltempo risulti – volente o nolente – molto debitore nei confronti di Cziffra e del suo pianismo imprevedibile, spesso anticonformista . In questo senso, ancora seguendo Cziffra, non notiamo qui una netta differenziazione tra i due comparti delle Rapsodie appena citati. Scelta che potrebbe fare arricciare il naso a tutti coloro che si erano rivolti a quest’ultima partizione delle rapsodie con occhio molto più attento al viaggio che l’autore compie verso i confini della musica del proprio secolo. Altri dettagli – forse la fin troppo elaborata cadenza aggiunta alla seconda rapsodia o certe scelte timbriche più “moderne” che erano state codificate da Horowitz nelle sue esecuzioni delle Rapsodie nn.2,6,15,19 – fanno pensare a volte appunto al grande pianista russo-americano.

Dove il confronto col passato si poteva prevedere molto più difficile, cioè nelle Rapsodie più note ed eseguite, disponibili discograficamente attraverso le esecuzioni di pianisti piuttosto differenti come impostazione e ispirazione, Maltempo applica in maniera meno appariscente la teoria improvvisatoria ma riesce comunque a ripulire certa tradizione a volte stantia con una freschezza di eloquio e con un gioco pianistico di grande virtuosismo. I risultati sono sempre eccellenti, anche nella proibitiva “nona” alla quale nulla sembrava potersi aggiungere dopo avere ascoltato Gilels e Berman, e ci si chiede davvero come possa Maltempo attingere a un serbatoio inestinguibile  di bravura, di scioltezza che gli permette di giungere a degli esiti sbalorditivi per chiarezza espositiva e smalto virtuosistico senza apparentemente tradire la minima fatica. A volte si può rimpiangere il tono di squisita narrazione proprio del Rubinstein interprete della decima e dodicesima rapsodia, ma l’attenzione viene di nuovo catturata con la n.13 o con la ben nota quattordicesima (quest’ultima ancora debitrice nei confronti del fraseggio liberissimo di Cziffra). Dove Maltempo può scegliere tra vari modelli del passato, come ad esempio nella quindicesima rapsodia dove si potrebbe optare per l’ultra-virtuosistica versione di Horowitz o la capricciosa ed elegante lettura di un Thiollier, è pur sempre il modello Cziffra che prevale, con quegli scatti improvvisi, le accelerazioni della scansione ritmica che erano così tipiche del grande virtuoso conterraneo dell’Autore. Il problema relativo alla cadenza della seconda rapsodia resta ancora oggi piuttosto difficile da affrontare: nonostante gli esempi di Rachmaninov, Cortot, Horowitz, Moiseiwitsch è davvero impresa ardua inserire nel finale un saggio che tenga conto di una necessaria brevità e del rispetto del carattere improvvisatorio di tutto il pezzo. Maltempo sceglie qui una lunga elaborazione ipervirtuosistica, così come ad esempio fa oggi Matsuev, ma rischia di estendere troppo il significato della pagina originaria.

 

Luca Chierici

Liszt, Rapsodie Ungheresi, musicalifeiten.nl

[...] “Ora c’è Vincenzo Maltempo, in possesso di una tecnica fenomenale che mette completamente a servizio delle tante sfaccettature di queste opere, che restituisce con grande intuizione e precisione interpretativa, mostrando una grande sensibilità istintiva per la colorazione melodica e per i dettagli più audaci. Il suo stile quasi improvvisato, con la giusta miscela di malinconia ed esperienza, lo metto sullo stesso piano di un Cziffra, se non addiruttura più in alto.”

 

https://musicalifeiten.nl/cd-recensies/l/liszt-hongaarse-rapsodieen-nr.-1-19-maltempo.html

Liszt, Hungarian Rhapsodies, Classical.net

“Maltempo è un artista immensamente dotato che sembra abbastanza coerente nel dare il meglio anche nelle Rapsodie più complessi come la 12.”
“Chiaramente Maltempo capisce bene Liszt, si sente a casa nella sua musica e afferra appieno il suo stile compositivo”
“Maltempo, con il suo tocco raffinato, il suo valente senso del tempo e il fraseggio intelligente, può rendere al meglio una Rapsodia come la numero 10, che per lo più viene resa come una banale sciocchezza”.
“Maltempo si adatta al carattere più scuro delle ultime quattro rapsodie, non cambiando lo stile, ma attraverso il suo affidabile senso superiore per l’interpretazione, che gli permette sempre di trovare lo spirito corretto di ogni pezzo”.

Robert Cummings on Classical.net

Liszt, Rapsodie Ungheresi, Gramophone

[...] Il 31enne pianista italiano Vincenzo Maltempo si già creato una importante nicchia discografica per una serie di registrazioni di Alkan (per Piano Classics e Toccata Classics), per non parlare di un disco Liszt (Gramola) 2008 con, tra le altre cose, una “Reminiscences de Norma” di straordinaria larghezza e nobiltà. Infatti queste due qualità permeano anche queste Rapsodie ungheresi, che non esito a definire le migliori che abbia mai ascoltato.

Uno degli aspetti più sorprendenti dell’approccio di Maltempo a queste opere è il suo senso infallibile del tempo. Non c’è fretta di concludere: ogni scintillante dettaglio viene snocciolato con comodo, senza alcuna tracce di decadenti compiacimenti. I passaggi lirici, così spesso rovinati dal peso di un rubato fuori luogo, qui parlano con un ardore sincero, donando loro una disarmante, fresca giovinezza. Detto questo, certamente i suoi tempi sono anche flessibili e rubati, quando necessario, lussureggianti. Ma la “colonna vertebrale” ritmica rimane sempre intatta, in modo che la spinta retorica non venga mai persa nei dettagli. Infine, i temuti passaggi in “presto” o “leggero” di Maltempo sono a dir poco perfetti. [...]

 

Patrick Ruckert

Husum Festival 2017

[...] In questa trentunesima edizione della straordinaria settimana di Festival sotto la direzione artistica del pianista Peter Froundjian era fra gli altri ospite, per la seconda volta dopo il 2014, il pianista italiano Vincenzo Maltempo, in questa circostanza con un programma dai timbri puramente slavi e tardoromantici.
Nella Märchensonate di Dimitri Blagoy (1958) ha dimostrato dal primo suono i suoi meriti pianistici: tocco ricco e delicato, eccellente pedalizzazione, ribattuti secchi, sfavillanti cascate di velocità, crescendo al fortissimo controllati assieme a bassi ben strutturati e sonori. Degni di nota gli interventi faunesco-ghignanti che Vincenzo Maltempo, quasi con “dita insolentemente aguzze”, mescolava alla virtuosistica azione musicale.
Affiancata alla Sonata in Mi bemolle minore carica di pathos tragico del prematuramente defunto Alexej Stanchinsky e alla Sonata in do diesis minore con forti reminiscenze rachmaninoviane e pregna di esacerbato dolore cosmico di Victor Kosenko, vi era la seconda sonata di Alexander Glazunov, che valicò la frontiera tra la tradizione occidentale e quella slava.
Maltempo ha affrontato l’opera in tre movimenti con intensità penetrante scevra di pesantezze eccessive, ha costruito potenti crescendo con passaggi di ottave mozzafiato e mai chiassosi e allo stesso modo organici e ha compreso il modo di incantare i tasti con elegiaca e cristallina tenerezza.

 

Kieler Nachrichten, 25.08.2017, Detlef Bielefeld

Maltempo’s Liszt Rhapsodies: Very Close to Ideal

Maltempo’s Liszt Rhapsodies: Very Close to Ideal – Classics Today

In an earlier review, I wrote how no Liszt Hungarian Rhapsody cycle on disc completely satisfied. I posited a hypothetical reference version that would fuse each modern-era cycle’s best qualities, such as Artur Pizzaro’s tone, George Cziffra’s imagination, Leslie Howard’s scholarship, Louis Kentner’s stylish authority, Roberto Szidon’s panache, plus the clean reproduction and solid musicianship characterizing Philips’ two cycles respectively featuring Michele Campanella and Mischa Dichter. I didn’t mention shellac and mono-era versions from Mark Hambourg, Alexander Borovsky, Alexander Brailowsky, Edith Farnadi, Samson François, nor Cziffra’s earlier traversal, but my point was clear. The young Italian pianist Vincenzo Maltempo, however, comes closer than anyone on disc to achieve an ideal Hungarian Rhapsody cycle.

His Lisztian instincts are as sound as his transcendent technique, and he never makes a musical mistake. For example, Maltempo captures and sustains the brooding, introspective qualities of No. 3, No. 5, and the introductions to Nos. 1, 7, 9, and 13 without losing shape or vibrancy. No. 6 is so elegantly sculpted and nuanced that Maltempo’s nervous energy in the infamous right hand repeated-note octaves catches you off guard in a good way. The pianist’s ebullient manipulation of tonal and textural light and shade keep the arguably overlong Nos. 9 and 14 rivetingly afloat.

While many pianists either bang through or make mud out of the No. 15 Rákóczi March’s low-register introduction, Maltempo actually lets you hear the notes as he carefully builds up to the theme’s first statement. No. 10’s rhetorical conceits and humorous glissandos may not match Arthur Rubinstein or Guiomar Novaes for infectious joie-de-vivre, yet Maltempo’s pinpointed control justifies his poker-faced demeanor. The short and strange Nos. 16, 17, and 18 come off splendidly, although I wouldn’t have minded had Maltempo monkeyed with No. 19’s text in the manner of Horowitz, Cziffra, or Janice Weber.

The pianist amends the famous Second Rhapsody with a convoluted cadenza of his own invention. The cadenza is effective, but I still prefer Marc-André Hamelin’s wittier, more harmonically adventurous and succinct concoction. But that’s a minor bone to pick. In addition to the excellent engineering, Maltempo has the advantage of an unusually resplendent Steinway D that responds to his every gesture. Highly recommended.

 

Review by: Jed Distler

Bryce Morrison, Gramphone

Alkan: Concerto per pianoforte solo, Piano Classics 2014

Per Vincenzo Maltempo ci sono pochi dubbi circa la genialità di Alkan. Egli ammette che i suoi lavori, che spaziano dalle forme mastodontiche ed epiche alle miniature, provocano insieme odio e amore, ma prosegue dicendo che considera il Concerto per Pianoforte Solo come uno dei picchi della letteratura pianistica di tutti i tempi.

Nell’ultima serie delle sue registrazioni alkaniane, il suo pianismo brilla di un’espressività più romantica sia di quella di Ronald Smith che di Marc-André Hamelin. I suoi riflessi sono nervosa e rapidi ed egli supera ogni sorta di difficoltà con incredibile facilità e agilità.

 

Bryce Morrison, Gramophone *****

Robert Nemecek, Piano News

Alkan: Concerto per pianoforte solo, Piano Classics 2014

Dal suo debutto con l’Album monografico di due anni fa dedicato ad Alkan per l’etichetta Piano Classic, il pianista Italiano Vincenzo Maltempo viene considerato uno dei più grossi interpreti contemporanei di questo compositore. Ed ora col suo terzo cd dedicato ad Alkan il pianista conferma totalmente la sua fama. Col ”Concerto per piano solo” Maltempo si propone con una delle più strepitose opere di tutta la letteratura pianistica, e va detto che dalla epica registrazione del 1973 di John Hogdon, nessun altro pianista come Maltempo è riuscito a dominare in maniera così meditata e orchestrale, le enormi difficoltà pianistiche. Tant’é che la mezz’ora del primo tempo in nessun caso appare troppo lunga. Nei tre studi op. 39, Maltempo mette la sua tecnica fenomenale al servizio della sua visione poetica in maniera suggestiva. Robert Nemecek

Robert Nemecek

Andrew Clements, The Guardian

Alkan – Le Festin D’Esope, 3 Morceaux Op. 15, Ouverture, Sonatine

PianoClassics 2013

[...] Vincenzo Maltempo continua il suo superbo lavoro, iniziato con la Grande Sonate e la Sinfonia, con un’altra eccezionale antologia alkaniana [...] che include la straordinariamente impegnativa Sonatine insieme agli ultimi due Studi dell’Op. 39, l’Ouverture e le esuberanti variazioni chiamate così per la leggenda greca di Esopo riguardante il banchetto che egli aveva allestito per il suo padrone. Vincenzo Maltempo li esegue entrambi, come pure la straordinaria Sonatine, con una immensa padronanza e tecnica risoluta, proprio ciò che serve! Ma sono i Trois Morceaux ad essere ancora più notevoli. Maltempo nelle sue note di copertina li descrive come il primo frutto significativo della maturità di Alkan. Sia nel sinistro e vorticoso moto perpetuo “Le Vent”, sia nell’ultima marcia funebre, “Morte”, che usa il tema del Dies Irae come cornice arrivando a feroci climax, Maltempo rende significativo ogni effetto.

Elettrizzante e diabolico.

Andrew Clements, The Guardian, 5 stars

Luca Chierici, Classic Voice

Alkan: Concerto per piano Solo, Piano Classics

[…] Maltempo va al di là della visione di Alkan come “ipervirtuoso”, chiave di lettura limitativa di alcuni pianisti come Hamelin, ma allo stesso tempo è dotato di mezzi ragguardevoli per addentrarsi nello spirito affascinante di questa musica sottolineandone anche il versante di azzardo tecnico, che sembra qualitativamente complementare a quello del giovane Liszt. […] Maltempo è assolutamente a suo agio in questo universo a se stante e mi sembra rappresentare oggi uno dei pochi interpreti che possieda la combinazione segreta per svelare tutti i tesori di una produzione così coinvolgente e per nulla artificiosa.

Luca Chierici, Classic Voice, * * * * * (“CD del mese”) Sept. 2013

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